Villa Dolfin
La Mincana: dai Bragadin ai Dolfin fino ai Dal Martello
La Mincana non passa inosservata: quando si percorre la strada principale che ne costeggia la proprietà, l’edificio con la facciata bianca che troneggia in mezzo a una distesa di vigneti cattura immediatamente lo sguardo. Ecco villa Dolfin - Dal Martello, detta anche “La Mincana” dall’antico toponimo della località.
Dal 1914, la Mincana è un’azienda agricola di proprietà della famiglia Dal Martello, che si estende su una superficie di circa 57 ettari, 18 dei quali occupati dal vigneto. L’attività principale dell’azienda consiste infatti nella produzione e nella vendita di vino di elevata qualità, oltre che nell’organizzazione di eventi e degustazioni.
I Dal Martello sono originari dell’Altipiano di Asiago. La loro storia è quella di una famiglia patriarcale da sempre legata alla terra. Già ai primi del ‘900 vennero dalle montagne per coltivare in affitto i terreni del principe Giovanelli, a nord di Vicenza. Da qui, uno dei fratelli si spostò in cerca di nuove terre nel padovano giungendo così nel Comune di Carrara S. Giorgio (oggi Due Carrare). Qui trovò la Mincana in pessime condizioni, con il piano terra e il prezioso Oratorio ridotti a deposito dei cereali.
Sebbene fosse l’agricoltura l’interesse principale dei Dal Martello, costoro si sentirono sin da subito anche custodi di un bene prezioso, del quale si presero cura con interventi di restauro esterni (proprio di recente sono stati ristrutturati la facciata sud e l’Oratorio) e parzialmente anche all’interno.
La villa non è visitabile. Tuttavia, una passeggiata tra i vigneti, che comprenda anche l’Oratorio, la peschiera, la ghiacciaia e la tipica “barchessa” regala un’esperienza interessante. Sembra quasi di veder aggirarsi nel giardino i personaggi che ne hanno contraddistinto la storia.
La storia della Mincana
Le testimonianze relative ai primi proprietari della Mincana risalgono al 1528, quando una certa Marietta, figlia di Pietro Bragadin e consorte di Bondumier, risultava possidente di: “Una casa con cortivo, orto, brolo e altre comodità per comodo di stanziar quando si va in villa”.
Agli inizi del 1600, il complesso apparteneva a un’altra Marietta, questa volta Dolfin, e ne veniva dichiarato un utilizzo diverso, quello di “casa dominicale”.
All’epoca, oltre alla villa vi erano le barchesse. La dimora era inoltre dotata di una foresteria e una scuderia, oggi scomparse. La barchessa, invece, era preesistente ed esiste ancora. Nel tempo, ha però conosciuto alcuni interventi di ammodernamento apportati dai Dal Martello, che vollero adeguarla alle loro attività agricole.
Gli accessi alla Mincana erano due, a seconda che si arrivasse in barca o in carrozza: chi usava la barca trovava due scalinate sulle scarpate dell’argine del Canale Battaglia e al cancello due chioschi che riparavano dal sole o dalle intemperie in attesa che la barca arrivasse. In questo caso, gli ospiti venivano accolti dal fronte posteriore della villa, nel loggiato in aggetto dalle aperture a serliana, in una posizione quindi insolita. Chi arrivava in calesse, invece, usava la via pubblica, che all’epoca passava in fregio alla facciata e conduceva alla corte lastricata in trachite che guardava verso il giardino.
In origine, la villa aveva solo il corpo centrale, mentre oggi, quest’ultimo si allunga verso destra e verso sinistra come avesse due eleganti ali, frutto delle risistemazioni compiute nel Settecento. Fu in questo periodo che la proprietà della Mincana passò infatti a una importante famiglia veneziana, i Dolfin. Daniele, patriarca di Aquileia, avviò un’importante opera di ristrutturazione dei locali che proseguì fino alla metà del secolo e che riguardò proprio le due ali laterali. Su queste spicca la trifora originale, a differenza delle paraste che vediamo oggi e che non risalgono all’epoca, così come non compaiono più le statue (attribuite a Orazio Marinali) per cui erano state poste le basi nell’attico.
Purtroppo, infatti, la villa e molti dei suoi apparati decorativi furono venduti con i successivi passaggi di proprietà, mentre il giardino divenne terreno coltivato. Per fortuna, abbiamo a disposizione alcuni documenti che riportano i disegni dei prospetti datati al 1777 e che forniscono un’importante testimonianza di quelle che furono le forme originali della dimora.
È da segnalare che nel piano nobile, in cui si apre un’elegante trifora, i restauri del 2005 hanno permesso di rinvenire il soffitto originale a costole lignee, che un soffitto incannucciato aveva coperto. Le pareti presentano campiture in pastello rosa e giallo tra le paraste. Queste ultime sono caratterizzate da un color giallo pallido di scarsa fattura.
Daniele Dolfin ordinò anche la costruzione di un oratorio dedicato alla Beata Vergine Maria (che fu realizzato nel 1721, come riporta l’iscrizione presente sulla porta), un giardino all’inglese comprendente una peschiera, un labirinto, l’orto botanico, il leporarium e la cedrara.
Le descrizioni delle visite pastorali del vescovo contengono poi indicazioni preziose sugli interni della villa, con un ampio resoconto delle varie suppellettili usate per la messa, le decorazioni e l’altare. Di forma ottagonale ed in stile barocco, possiede facciate simmetriche che prospettano verso i 4 punti cardinali. La parte centrale di ogni prospetto è coronata da un timpano al di sopra di un’apertura a lunetta, mentre il portale è in pietra d’Istria.
Si nota ovunque l’utilizzo di materiali originali di pregio: il marmorino bianco avorio per le superfici lisce, i laterizi sagramati per le basi e le cornici, la pietra di Costoza per i capitelli, il legno di abete per le strutture del tetto.
Anche il figlio di Daniele, Andrea, ambasciatore in Francia, contribuì nel rendere La Mincana un vero e proprio luogo della delizia, incaricando l'architetto Giannantonio Selva di eseguire un giardino all’inglese nell'area del brolo meridionale, uno dei primi nel suo genere in Italia.
Il Ballarin ne fa una descrizione in una delle sue lettere, che sono in parte raccontate nel libro Brunello-Callegari (fonti). A questo proposito, il Callegari riferisce di essere entrato in possesso di 14 disegni acquarellati della villa eseguiti nel 1777 dalla scuola di Architettura di Padova, grazie ai quali è possibile conoscere e comprendere tutte le modifiche apportate nel tempo.
Gli spazi esterni di Villa Dolfin
Alla realizzazione del giardino alla francese diedero il loro contributo tanto il giardiniere Francois Seran, che negli anni 1781-82 lavorava nel terraglio, quanto l’architetto paesaggista Giannantonio Selva, che fu un importante esponente del Neoclassicismo (suoi sono il teatro della Fenice, il cimitero di San Michele, nonché diversi giardini a Venezia, oltre al tempio di Possagno).
Il giardino alla francese o giardino formale francese (in francese Jardin à la française o Jardin régulier) che un tempo occupava l’esterno della Mincana era l’espressione del classicismo barocco applicato all'arte del giardinaggio. Uno stile che caratterizzava gli spazi aperti con le simmetrie, le decorazioni vegetali ricercate, la presenza di opere scultoree, i tanti giochi d'acqua e le grandiose prospettive. Tale composizione incarnava dunque il tentativo di un dare un ordine alla natura ricercando una perfezione formale in una sontuosità teatrale.
Il giardino della Mincana fu soprattutto il regno di Giustina Gradenigo, la moglie dell’ambasciatore Andrea Dolfin. Giustina, poco amata dal marito e allontanata dai due figli che vivevano in Francia con il padre, amava perdersi e fantasticare nello splendore romantico di quegli spazi esterni, che alle rigide geometrie dei giardini all’italiana sostituivano elementi vivaci e dinamici. Questo, prima che il giardino venisse spazzato via da una tromba d’aria nel 1789.
All’esterno della dimora si trovava anche un leporarium (oggi non più visibile), probabilmente antistante la facciata sulla strada pubblica. I leporaria erano un elemento mutuato dalla tradizione romana: si trattava di recinti per lepri e conigli selvatici che venivano posti accanto alle grandi ville in età repubblicana. Erano considerati quindi un privilegio della nobiltà, anche se le pietanze a base di carne di coniglio erano ampiamente diffuse nella cultura gastronomica romana.
Ancora oggi, possiamo ammirare un esempio lodevole di leporarium nel giardino di Villa Barbarigo a Valsanzibio, a Galzignano Terme.
L’altro elemento che caratterizza l’esterno della Mincana è la ghiacciaia. Questa si presenta come una piccola montagnola di terra, ancora oggi visibile, al cui interno era scavata una grotta di un paio di metri di profondità. La funzione della ghiacciaia era quella di raccolta e congelamento delle acque deviate del canale poco distante. Le basse temperature ambientali consentivano la formazione e l’immagazzinamento del ghiaccio, che serviva a conservare i cibi anche per un anno. All’interno della grotta, la temperatura rimaneva costantemente molto bassa e nemmeno il sole estivo riusciva a sciogliere la neve che copriva le dispense.
La formazione del ghiaccio seguiva quindi un processo naturale del tutto spontaneo. Per ottenerlo non veniva consumata energia, né impiegato alcun macchinario, ma soltanto una tecnica tutto sommato banale, seppur ingegnosa, tipica delle attività proto-industriali.
Le famiglie della Mincana
I Bragadin
Secondo la tradizione, i Bragadin erano signori provenienti dall'isola di Veglia (Krk), in Croazia, e rientravano tra le ventiquattro casate tribunizie che elessero il primo doge, Paoluccio Anafesto. Voci diverse riferiscono che giunsero in Laguna nell'800 e che, chiamati in origine Barbalin, mutarono il cognome e lo stemma nell'890.
Rimasta compresa nel patriziato dopo la serrata del Maggior Consiglio, la famiglia fu sempre rappresentata nelle più alte cariche della Repubblica di Venezia, in particolare tra il XV e il XVI secolo, ma diede i natali anche a personaggi di spicco della cultura e dell’ambiente ecclesiastico.
I Dolfin
I Dolfin furono una delle 24 famiglie che composero il primo governo di Venezia, nonché una delle prime ad avere un cognome stabile in Italia.
L’origine dei Dolfin risale all’epoca dell’invasione di Attila, nel 452. Fu allora che la ricca famiglia dei Gradenigo, insieme a molte altre, scappò da Aquileia e trovò rifugio presso le isole della laguna veneta, evitando così di essere travolta dalle orde barbariche.
Il nome della famiglia cambiò in Dolfin quando uno dei Gradenigo, da abile nuotatore, decise di adottare quello di Delfino (Dolfin), e di introdurre un nuovo stemma che riportasse, appunto, l’immagine di un delfino d’oro. Nel tempo, il soggetto dello stemma venne modificato con la raffigurazione di tre delfini.
Nella storia di Venezia, i membri della famiglia Dolfin occuparono posizioni di altissimo rilievo. In primis, Giovanni Dolfin, che fu eletto Doge nel 1356, oltre a quattro cardinali, tre celebri capitani e diversi Procuratori di San Marco.


