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Un piccolo, grande campo volo a San Pelagio

Il 6 giugno 1917, la famiglia Zaborra sottoscrisse un contratto d’affitto con l’esercito italiano per l’occupazione di una parte della loro villa a Terradura e la conseguente realizzazione di un campo di volo.

Con la disfatta di Caporetto, infatti, il re Vittorio Emanuele III decise di attestarsi al Piave. In seguito al ripiegamento forzato vennero abbandonati molti campi d’aviazione: gli aerei idonei furono portati in volo al di qua delle linee, quelli non idonei vennero distrutti.
Fu allora che si scelse di valorizzare il campo retrostante al castello di san Pelagio dei conti Zaborra, che avevano già affittato all’esercito alcune parti dell’edificio e delle adiacenze.

In breve, il Castello di San Pelagio divenne un punto strategico nel contesto della Grande Guerra, nonostante fosse uno spazio relativamente piccolo, con i suoi 185 metri di larghezza e 470 di lunghezza. Inoltre, il fondo era spesso paludoso e, per la sua collocazione e le ridotte dimensioni, era poco adatto ai bombardieri che rischiavano di capottare, o di fare atterraggi troppo veloci o un po’ lunghi, andando a sbattere contro la collinetta artificiale alberata della ghiaccia o addirittura di finire nel laghetto della pescaia.

Nonostante le difficoltà, le attività belliche del campo volo di San Pelagio erano piuttosto intense; poteva addirittura capitare che si verificassero dieci decolli e atterraggi di bombardieri nello stesso momento.
Tuttavia, era pur sempre un aeroporto di guerra allestito in modo frettoloso su un terreno agricolo, ed era poco distante dall’incrocio di Mezzavia sulla statale 16 adriatica. Nei campi retrostanti il castello si costruì la pista erbosa e trovarono posto quattro hangar e qualche magazzino. Il comando e gli alloggiamenti degli ufficiali furono ricavati nel castello, mentre i soldati furono acquartierati nella zona circostante. Poco lontano, presso i locali dell’hotel Trieste di Abano Terme, furono collocati il comando supremo del generale Armando Diaz e il comando dell’aviazione retto dal generale Bongiovanni.

La cima del Monte Venda divenne una postazione di avvistamento antiaereo. Lo stesso monte era un punto di riferimento insieme alla torre del castello, per gli aeroplani che dovevano atterrare.

Durante il conflitto mondiale, molti personaggi di rilievo visitarono il campo anche per la fama assunta dalla squadriglia della Serenissima; tra questi, lo stesso Re d’Italia Vittorio Emanuele III.  La sua visita fu raccontata in un libro dal conte Piero Ferretti di Castelferretti, pilota dell’87° Squadriglia: Ferretti ricorda di quando vedeva passare quasi tutti i giorni l’automobile grigia che conduceva il Re in visita di ispezione alle truppe operanti e alle trincee di prima linea. Spesso, passando, Vittorio Emanuele si voltava verso il campo a salutare i soldati, oppure si intravedeva all’interno dell’auto col bavero del pastrano rialzato e la testa piegata sulla spalla mentre riposava, vinto dalla stanchezza.
Ferretti racconta inoltre di una visita avvenuta una mattina molto presto, quando al campo volo vi erano ancora pochissime persone in attività. Tuttavia, all’arrivo del Re, nell’arco di pochi minuti, accorsero tutti sull’attenti. Vittorio Emanuele si scusò per non essersi annunciato prima e poi si diresse verso le linee del Piave.

Ad oggi, del campo volo non rimane nulla, ma se ne può dedurre la forma osservando le mappe e lo si può immaginare quando si passeggia nel limite inferiore del parco del Castello di San Pelagio, nel terreno subito adiacente.

https://www.castellosanpelagio.it/stanze-dannunziane/

Gabriele d’Annunzio e il campo di volo di San Pelagio, museo dell’aria e dello spazio, san Pelagio Padova, Giorgio Evangelisti, il vantaggio editore.

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