Gabriele D’Annunzio e il volo su Vienna
“Ecco il luogo altissimo, ecco il luogo profondissimo dove io abito, ecco il luogo segreto, mistico e ardente, dove io respiro.”
– Gabriele d’Annunzio su San Pelagio –
Gabriele d’Annunzio, nato a Pescara il 12 marzo 1863 e morto il 1° marzo 1938 al Vittoriale visse per un periodo al Castello di San Pelagio.
Questo divenne un luogo strategico negli ultimi anni della Grande Guerra quando, il 6 giugno del 1917, la famiglia Zaborra sottoscrisse un contratto d’affitto con l’esercito italiano per la realizzazione di un campo di volo e l’occupazione di una parte della loro villa a Terradura. Gli appartamenti al primo piano, in particolare, furono trasformati nella dimora del maggiore Gabriele d’Annunzio.
Il poeta-soldato intraprese il Volo su Vienna proprio da San Pelagio, la mattina del 9 agosto 1918, compiendo uno dei gesti aviatori più audaci di tutta la Prima Guerra Mondiale. Una vera leggenda. Qualche mese dopo, il 4 novembre 1918, presso la villa Giusti di Abano Terme, venne firmato l’armistizio che pose fine al conflitto.
Il Vate e i suoi piloti provarono l’impresa diverse volte prima di quel giorno, e sulla decisione finale di metterla in atto influì la scelta dell’aereo: lo S.V.A. 5. Era lo stesso modello che fu assegnato alla 87° Squadriglia Aeroplani da Caccia “La Serenissima”: un ottimo biplano, interamente italiano, non molto manovrabile ma robusto, che vantava un’autonomia elevata e un’estrema velocità. Era senz’altro molto più veloce di tutti gli aeroplani in servizio in quel momento da una parte e dall’altra del fronte.
Il campo volo di San Pelagio non godeva certo di spazi molto ampi. Il comando e gli alloggiamenti degli ufficiali trovarono posto in un’ala del castello. Ancora oggi è possibile visitare le stanze dannunziane, caratterizzate dal lungo corridoio sul quale si affacciano gli ambienti destinati alla vita quotidiana. I ricordi della vita passata del Vate riemergono attraversando la sua camera, occupata da un letto in legno intagliato e una libreria con volumi d’epoca. Vi è poi il salotto privato, impreziosito da grandi arazzi a tema campestre, e la sala da pranzo, dove il poeta consumava pasti frugali con gli ospiti di riguardo.
D’Annunzio amava molto il suo studiolo e il terrazzino che aveva a disposizione, dal quale poteva vedere gli aerei decollare e atterrare sul campo di volo. Il suo vivere inimitabile riecheggia qui e nella quadreria del Castello, adibita a sala riunioni dell’87° Squadriglia, dove i piloti si ritrovarono per il giuramento all’alba del 9 agosto 1918, prima della partenza per il volo su Vienna.
Vi è poi il guardaroba attiguo alla camera da letto, dove ancora oggi è conservata la divisa invernale che D’Annunzio ebbe in dono come riconoscimento per le imprese realizzate durante la Grande Guerra. Fra gli indumenti appartenuti al Vate, si riconosce subito anche il suo famoso cappotto in pelle, che esibì in diverse occasioni.
Nella sala per gli ospiti, si può ammirare una parte degli arredi della Casetta Rossa sul Canal Grande (Venezia), che fu un’altra dimora dannunziana.
Il racconto dell’impresa
Quando finalmente l’impresa del Volo su Vienna ricevette l’approvazione, D’Annunzio si scontrò con la realtà di non poterla compiere personalmente: gli S.V.A erano infatti aerei monoposto e lui non era pilota. Dunque, che fare?
Come prima cosa, il poeta pregò l’ingegnere di studiare una versione biposto del mezzo: “Le mie sorti sono nelle Sue mani sapienti. Mi sembra impossibile che una squadra italiana vada su Vienna senza di me che sono il primo preparatore e proponitore dell’impresa. Veda quel che può fare per risparmiarmi tanto dolore”. L’adattamento riuscì, appiattendo il serbatoio posto nella fusoliera e installandovi sopra un seggiolino destinato a D’Annunzio.
La partenza fissata per il 2 agosto 1918 prevedeva l’utilizzo di 14 velivoli. Questi dovettero però rientrare dopo poche ore a causa di una fitta coltre di nubi. Per di più, un atterraggio di fortuna mise fuori uso tre degli apparecchi.
Il volo fu tentato di nuovo la mattina dell’8 agosto con 11 velivoli, recanti a bordo i mezzi per l’autodistruzione in caso di bisogno. La rotta prevedeva San Pelagio, Foci del Livenza, Cividale, Tricorno, Klagenfurt, Monte G. Sanalpe, Bruck, Murzthal. Ma anche questa volta, sempre per colpa del maltempo, i piloti furono costretti a rinunciare e tornare indietro. L’unico velivolo che rimase indietro, e dunque non si accorse della ritirata del gruppo, trovandosi in difficoltà per via del meteo avverso, alleggerì il suo carico liberandosi di alcuni pesi. Essendo però già in cielo austriaco, i pacchi sganciati avrebbero potuto destare dei sospetti, se rinvenuti. Si rese quindi necessario rinviare l’impresa ancora al giorno successivo.
Il 9 agosto 1918, D’Annunzio, che alloggiava a Padova ospite della contessa Lucia Giusti, arrivò al campo alle 3 del mattino. Volle subito riunire la sua squadra nella sala del Castello di San Pelagio, in cui ancora oggi è presente una ricostruzione del colloquio con le sagome dei piloti seduti al tavolo, affinché tutti ascoltassero le ultime raccomandazioni del Comandante prima del decollo.
Il vate indossava al petto una bandiera tricolore con le firme di tutti i piloti della Serenissima che presero parte all’azione. In una tasca della giacca mise una fiala di veleno, che avrebbe usato se fosse stato fatto prigioniero.
Sulle fiancate degli aerei era presente il leone di San Marco, che D’Annunzio fece dipingere dal pittore triestino Marussig con una spada fra gli artigli della zampa destra e la zampa sinistra appoggiata sul vangelo, come in un atto di fede.
I piloti che presero parte all’impresa furono: Masprone, Palli con d’Annunzio, Granzarolo, Finzi, Sarti, Lovatelli, Ferrarin, Massoni, Contratti, Censi e Allegri. Ma dato che Masprone, Ferrarin e Contratti dovettero rinunciare a seguito di un’avaria del motore, rimasero solo otto velivoli in cielo, prima che anche Sarti fu costretto all’atterraggio.
I sette S.V.A. rimanenti sorvolarono la città di Vienna alle 9.20 del mattino e la inondarono di manifestini tricolori inneggianti alla pace. Le postazioni di avvistamento austriache non si accorsero dell’arrivo della formazione nemica probabilmente perché scambiarono gli S.V.A. con gli aeroplani austriaci Taube, a causa di una somiglianza strutturale.
A un cenno del Comandante, i sette velivoli italiani ripresero la via di casa. Atterrarono a San Pelagio alle ore 12.40.
La sera stessa, l’impresa del Volo su Vienna venne festeggiata con una cena di gala all’hotel Orologio di Abano Terme, in cui D’Annunzio e la sua squadra furono ospiti del Comandante Supremo, il generale Diaz.
Il volo dannunziano trovò ampia risonanza in Europa. La notizia fu ripresa da tutte le più importanti testate internazionali, dal Times al Die Zeit.


