Guerrino Brunazzo e don Gaetano Torresin
Il 28 marzo 2017 è una data importante per il paese di Due Carrare: quel giorno, è stato infatti conferito il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni” a Guerrino Brunazzo, cittadino di Pontemanco. Alla cerimonia hanno partecipato il consigliere dell’Ambasciata d’Israele, che ha consegnato la medaglia a Claudio, nipote di Guerrino, e la Presidente dell’associazione Il Fiume, Chiara Fabian.
La cerimonia è stata l’occasione per raccontare la vicenda straordinaria della quale Guerrino Brunazzo fu protagonista negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Egli, durante l’occupazione di Due Carrare (e di un’ampia area del Veneto) diede infatti accoglienza a sette profughi ebrei. Si trattava di clandestini provenienti dal Polesine e in fuga dalla condizione di "internamento libero" (che non è tanto diversa da quella degli arresti domiciliari odierni) alla quale erano stati costretti. Per essere fuggiti, i sette clandestini erano però ricercati dai nazisti e dai repubblichini di Salò, che intendevano destinarli ai campi di sterminio.
Guerrino aprì loro le porte della sua casa, ma non fu il solo ad accoglierli. A Due Carrare vennero tutti a conoscenza della loro presenza e in molti si prodigarono per aiutare Guerrino nel portare avanti la coraggiosa impresa. In particolare, il signor Vittorio Bertin, proprietario dei mulini di Pontemanco, fornì derrate alimentari, il farmacista, dott. Fortini, procurò medicine e assistenza, mentre Brunazzo pensava al latte. Come racconta Antonio Favaro “Allora c'era il motocarro coi bidoni pieni che passava per il paese, e la gente andava a prendere il latte con bottiglie e pentole. Guerrino ne acquistava tre litri al colpo, e gli altri lo prendevano in giro: ma quanto ne bevi!”.
Anche il parroco di Due Carrare, don Gaetano Torresin, fu indispensabile nel tenere nascosti i sette perseguitati e nel conservare la memoria di ciò che accadde: egli tenne traccia dei fatti in un diario accurato che scrisse in quei due anni. Ed è proprio grazie alla sua determinazione che, il 27 aprile del 1945, si riuscì a sventare una strage nazifascista e a salvare 70 uomini del paese, già rastrellati dai tedeschi.
Nonostante, infatti, due giorni prima fosse già stata ufficialmente proclamata la liberazione, in pochi ne erano a conoscenza. Cosi racconta Antonio Favaro a Francesco Jori per il Mattino di Padova «Erminia Brunazzo, sorella di Guerrino, quando vide i soldati, tirò un urlo di disperazione: pensava che la sua famiglia fosse stata scoperta, e temeva le conseguenze per i suoi e per loro». Cercarono a loro volta di scappare, ma pur senza sapere chi fossero i nazisti li intrupparono con le altre persone, portandoli verso Carrara San Giorgio».
Il motivo del rastrellamento lo racconta nella stessa intervista Ida Fortini, il cui nonno Domenico era il farmacista che collaborò al salvataggio degli ebrei: “Una squadra delle SS, a Carrara San Giorgio incrociò un ragazzo di 17 anni, Pietro Cappello, che rovistando nella corte Vasoin aveva trovato un vecchio fucile Mauser. Convinti che stesse portando l'arma ai partigiani, i nazisti lo condussero a palazzo Talpo dov'erano di stanza, incrociandosi con la colonna in ritirata che aveva rastrellato le 70 persone di Pontemanco. Interrogarono il ragazzo per farsi indicare chi fossero i partigiani, e lui terrorizzato ne indicò quattro».
A metterli a rischio fu paradossalmente il colore particolarmente chiaro della pelle. Il biancore era dovuto al fatto che per un anno e mezzo erano rimasti segregati in una stanza. Ma proprio quel particolare suggerì ai nazisti che si potesse trattare dei cosiddetti "partigiani notturni", quelli che operavano solo dopo il tramonto. Don Gaetano intervenne, offrendosi di prendere il posto degli ostaggi, ma i tedeschi non vollero sentire ragioni. A quel punto, il parroco ebbe un'idea risolutiva, racconta Ida: «Corse in canonica, dove da qualche tempo era alloggiato un ufficiale medico tedesco che si diceva facesse parte dei servizi segreti, e lo portò con sé a palazzo Talpo, per fargli spiegare che da quando lui era lì non aveva visto traccia di partigiani». Così i settanta ostaggi riuscirono a salvarsi; e tra loro i sette ebrei”.
Nutrire e alloggiare sette persone in tempo di guerra, quando i viveri scarseggiavano, fu un gesto di profonda umanità. Ma non va dimenticato che la vita della stessa famiglia Brunazzo sarebbe stata messa a repentaglio se quel nascondiglio fosse stato scoperto. Un rischio ancora più elevato se si considera che, in quel tempo, Pontemanco fu oggetto di un rastrellamento, perché considerato una roccaforte dei partigiani.
Oggi è facile individuare la casa di Guerrino Brunazzo: a poca distanza dai mulini, tra le abitazioni basse che caratterizzano il borgo, c’è n’è una con una targa che lo ricorda e celebra il conferimento, alla sua memoria, della medaglia di “Giusto fra le nazioni”.
Molto toccante è la storia raccontata dalla figlia di una di questi profughi, in fuga dalla Jugoslavia. La sua mamma è Esther Danon che, rimasta orfana dei genitori uccisi ad Auschwitz, arriva a Pontemanco con la famiglia degli zii Hasson, Ido, Sida e Blanka e la famiglia Mevorach, Isreal, Tinka e Isacco. Con la fine della guerra, Esther riuscì a raggiungere la Palestina e a rifarsi una vita con la sua nuova famiglia, a cui non raccontò mai chiaramente le vicende di quegli anni.
Solo nel 2000, e dopo le insistenze della nipote, Gilly decise di testimoniare allo Yad Vashem a Gerusalemme. In seguito, la figlia venne in Italia per cercare le persone che avevano salvato la sua mamma e incontrarne i discendenti che, seppur giovani all’epoca dei fatti, si ricordavano benissimo di tutto. Dopo cinque anni, fece ritorno a Pontemanco anche con le sue figlie.


