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Abate Pietro Ceoldo

Nato a Padova il 27 gennaio 1738 da Antonio e Pasqua Tentori, Pietro Ceoldo studiò filosofia e sacra teologia, divenne sacerdote e, nel 1766, si mise al servizio di Alessandro Papafava, vescovo titolare di Famagosta. Continuò a lavorare presso la famiglia anche dopo la morte del vescovo, alternando l'attività pastorale nel duomo, presso cui ottenne ben presto una cappellania residenziale, alle funzioni di segretario e istitutore.

È proprio grazie a Ceoldo se oggi possiamo ammirare la Chiesa abbaziale di Santo Stefano. Ed è sempre merito della sua opera di ricerca e di scrittura se possiamo farci un’idea dettagliata di tutto ciò che invece è andato perduto.

Il complesso monastico, infatti, che era stato già secolarizzato nel 1776 e con i beni messi all’incanto, venne comprato dal procuratore di San Marco Nicolò Erizzo, che intendeva avviarne la distruzione nel 1790. Il Ceoldo, che si stava interessando della storia del sito, riuscì a fare dei rilievi della perduta Chiesetta di S. Andrea salvandone anche alcuni reperti, come le colonne ed i capitelli. Inoltre, nel 1794, acquistò la chiesa con l’intento di salvarla e regalarla ai due ragazzi Papafava di cui era istitutore: Francesco e Alessandro.

Purtroppo, i due fratelli non apprezzarono il dono del loro istitutore e respinsero l'offerta. Ceoldo donò quindi la chiesa ai loro cugini Annibale Papafava di Roberto e Marsilio Papafava di Giovanni Roberto.


I pupilli accolsero con gelida indifferenza anche l'Albero della famiglia Papafava, che il Ceoldo aveva scritto con cura e che era frutto di decennali ricerche. L’opera intendeva ricostruire le vicende biografiche della casata, purgandola dalle leggende e dall'accusa di non discendere veramente dai Carraresi.

Nel marzo del 1800, Ceoldo venne addirittura allontanato dalla famiglia presso cui aveva passato i suoi anni migliori. Era il periodo in cui anche a Padova si fecero sentire le nuove idee illuministiche dalla Francia, con quegli ideali di eguaglianza e libertà dei quali Pietro parve non accorgersi, tutto preso com’era dal suo studio e dalla sua attività di istitutore. Ben presto, però, cominciò a sentirsi sempre più a disagio, isolato, contestato, relegato al ruolo di antiquato e retrogrado difensore di idee e valori ormai vecchi e superati.

Gli ideali francesi entrarono in casa Papafava tramite la contessa Arpalice, vedova del conte Giacomo Papafava, che Pietro usava definire “Gazza domestica” e che fu una delle principali animatrici di un salotto frequentato dai più accesi simpatizzanti della Francia giacobina.

L’acquisto dell’abbazia diede all’istitutore l’idea di tracciarne la lunga storia soprattutto perché era così strettamente legata alle vicende politiche dei Papafava. Già da tempo, Ceoldo andava riordinando l'archivio di famiglia, arricchendolo di medaglie, codici e diplomi, destinati a costituire le solide basi di minuziose ricerche sull'origine e lo sviluppo della casata. L’archivio Papafava oggi è conservato presso l’accademia Galileiana di Padova, ceduto in comodato al Comune di Padova ma di proprietà della Regione Veneto.

Anche le Memorie della chiesa ed abbazia di SStefano di Carrara nella diocesi di Padova (Venezia 1802) vennero alla luce dopo un iter travagliato e non privo di polemiche e contrasti. Il testo si trova nella Biblioteca del seminario (cod. 273; un esemplare a stampa postillato dal C. è nel cod. 275) e si presenta come una densa e documentata dissertazione erudita sulle vicende dell'abbazia e della chiesa, a partire dalle lontane origini medievali (1027) fino alla definitiva soppressione del 1769. Le ricerche furono condotte dal Ceoldo con il suo consueto rigore filologico e col ricorso ampio e intelligente a tutte le fonti più importanti e sicure allora conosciute.

Da alcuni appunti conservati nel seminario e nell'archivio di casa Papafava sembrerebbe che il Ceoldo meditasse di ampliare e completare ulteriormente tanto l'Albero quanto le Memorie, ma la cecità sopravvenuta nel 1804 gli precluse la possibilità di impegnarsi ulteriormente nello studio e nelle ricerche.

Sempre nella Biblioteca del seminario si conservano due suoi sonetti (ms. 648 e ms. 1607-XV) e una raccolta di lettere a lui indirizzate (cod. 271).

I due sonetti sono stati pubblicati a cura della parrocchia di Santo Stefano e sono reperibili anche in un archivio virtuale a questo link.

Ceoldo non si allontanò mai dalla sua città, dove morì il 30 sett. 1813.

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